L’enigma del prosciutto italiano.

Una delle cose più insolite da  capire sono la qualità e la bontà di un prosciutto. Non voglio nemmeno immaginare quante volte  volte davanti ad un banco frigo le casalinghe o i mariti a fare la spese si sono posti questa domanda.

Per decidere ci soccorre l’unione nazionale dei consumatori (www.consumatori.it): un buon prosciutto si ottiene da un maiale abbastanza grasso, a partire da una coscia di almeno 7 Kg, non congelata e stagionata più di 9 mesi.

Purtroppo la stagionatura non è soggetta a nessuna norma per cui, è paradossale ma è così, non c’è un periodo minimo di stagionatura e la differenza tra un prosciutto buono e un prosciutto meno buono è fatta sulla pelle del consumatore che se ne dopo l’acquisto.

Il periodo minimo di stagionatura previsto dalla legge solo per i prosciutti D.O.P.  (8/12 mesi). La legge obbliga per questi prosciutti all’uso di cosce fresche di suini italiani.

Allora come riconoscere un buon prosciutto? L’unione nazionale dei consumatori suggerisce di evitare i prosciutti piccoli con poco grasso di copertura, che comunque deve essere bianco. Li paghiamo un pò di più, è vero, ma almeno sono prodotti che ci offrono garanzie di qualità.

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